Un’artista materica, dunque, che colloca la propria materia sul colore e nel colore. Ne è ben consapevole quando definisce ciò che per lei è “materico”, null’altro che «la collocazione di elementi all’interno di un campo visivo». È proprio in questa materialità irreligiosa e quieta (qui concordo con i critici che hanno accennato al silenzio dei suoi lavori) che Francesca Mita si adagia: è la sua strada. Una strada che sembra portare in un luogo preciso: il totale abbandono del figurativo, il proposito di tentare l’umanesimo intrinseco della materia pura.
Antonio Castronuovo


